Scegliere: quando la vita chiede una risposta

Ci sono momenti in cui non scegliere non è più possibile. E altri in cui scegliere sembra troppo.

I momenti che interrompono la continuità

Nella vita di tutti, prima o poi, arrivano momenti in cui la continuità si spezza.
Non accade sempre con un evento clamoroso. Spesso è qualcosa di più sottile: una stanchezza che non passa, una relazione che non convince più, un lavoro che smette di parlare di noi.

Sono i turning point, i punti di svolta. Non perché tutto cambi immediatamente, ma perché cambia il modo in cui guardiamo ciò che già c’è.

In questi momenti, la scelta non è un’opzione astratta. È un’esperienza che attraversa il corpo, il tempo, le relazioni.

 

La scelta come esperienza, non come decisione razionale

Siamo abituati a pensare alla scelta come a un atto razionale: valutare pro e contro, prevedere conseguenze, prendere la decisione migliore.

Ma nella pratica clinica emerge altro. La scelta è prima di tutto un’esperienza vissuta, spesso accompagnata da ansia, ambivalenza, paura di perdere qualcosa.

Chi si trova davanti a un bivio raramente dice “non so cosa scegliere”. Più spesso dice: “So cosa dovrei fare, ma non riesco.”

 

Responsabilità e paura di sbagliare

Ogni scelta porta con sé una quota di responsabilità. Scegliere significa esporsi, rinunciare ad alternative, assumersi il rischio di non sapere come andrà.

Per alcune persone, questa responsabilità diventa paralizzante. Il timore di sbagliare prende il posto del desiderio.

La scelta viene rimandata, analizzata, scomposta. E lentamente si trasforma in blocco.

 

Quando non scegliere diventa una scelta

Molte persone arrivano in seduta in un tempo sospeso. Non stanno bene, ma non se ne vanno. Non sono soddisfatte, ma restano.

Non scegliere diventa una forma di protezione: evita il dolore della perdita, il confronto con l’errore, il giudizio degli altri.

Ma il prezzo è alto: la sensazione di vivere una vita che non è del tutto propria.

 

Scelte che riguardano l’identità

I turning point più difficili non sono quelli esterni, ma quelli identitari. Non chiedono solo cosa fare, ma chi essere.

Restare o andare. Continuare o interrompere. Adeguarsi o esporsi.

In questi passaggi, la paura non riguarda solo l’esito della scelta, ma il rischio di non riconoscersi più – o di essere visti in modo diverso.

 

Blocco o trasformazione: cosa fa la differenza

Dal punto di vista fenomenologico, la differenza non sta nella scelta in sé, ma nel rapporto che la persona ha con la propria esperienza.

Quando la scelta è vissuta come:

  • obbligo,

  • prestazione,

  • dover essere,

il blocco è più probabile.

Quando invece diventa:

  • ascolto di ciò che emerge,

  • riconoscimento dei propri limiti,

  • assunzione graduale di responsabilità,

può aprirsi uno spazio di trasformazione.

 

Il lavoro clinico nei momenti di svolta

In seduta non si decide al posto della persona. Non si indicano strade giuste o sbagliate.

Il lavoro consiste nel:

  • dare parola all’ambivalenza;

  • comprendere cosa trattiene e cosa spinge;

  • riconoscere le paure legate alla responsabilità;

  • restituire senso alla propria storia di scelte.

Quando una scelta viene compresa nel suo significato profondo, smette di essere un peso e diventa un passaggio.

 

Scegliere non significa essere certi

Una delle illusioni più diffuse è che una buona scelta debba essere accompagnata da certezza.
In realtà, molte scelte importanti vengono fatte nonostante il dubbio.

La trasformazione non nasce dalla sicurezza assoluta, ma dalla disponibilità a stare nell’incertezza senza annullarsi.

 

In conclusione

I turning point non chiedono risposte immediate. Chiedono presenza, responsabilità, ascolto.

A volte la scelta non cambia tutto. Ma cambia il modo in cui si abita la propria vita.

Ricevo a Verona e online, accompagnando persone e coppie nei momenti di passaggio, blocco e trasformazione, quando la vita chiede di scegliere e non è chiaro come farlo.

 

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