Claustrofobia: quando uno spazio chiuso diventa una trappola

La claustrofobia non è semplicemente la paura degli spazi chiusi. Spesso ciò che spaventa davvero è la sensazione di non poter uscire, di perdere il controllo e di non riuscire più a sottrarsi a ciò che sta accadendo nel proprio corpo.

“So che non c’è nessun pericolo, ma sento che devo uscire”

Le porte dell’ascensore si chiudono e, razionalmente, sappiamo che dovrebbero essere necessari soltanto pochi secondi per arrivare al piano desiderato. Eppure, per chi soffre di claustrofobia, in quel momento può cambiare completamente il modo di vivere quello spazio.

Il cuore comincia ad accelerare, il respiro sembra diventare più corto, l’attenzione si sposta sulla porta e può comparire una sensazione di calore, vertigine o instabilità. Quasi immediatamente arriva un pensiero: “E se l’ascensore si bloccasse?”. A quel punto la necessità diventa una sola: “Devo uscire da qui”.

Chi vive questa esperienza sa spesso perfettamente che l’ascensore è sicuro e che, con ogni probabilità, non accadrà nulla. Può anche rendersi conto che la propria reazione è sproporzionata rispetto al pericolo reale. Eppure, questa consapevolezza non è sufficiente a fermare ciò che sta accadendo.

È proprio qui che possiamo iniziare a comprendere la claustrofobia: non riguarda soltanto ciò che sappiamo di un luogo, ma ciò che sentiamo mentre siamo dentro quel luogo.

Cos’è davvero la claustrofobia?

La claustrofobia viene generalmente descritta come una paura intensa degli spazi chiusi o confinati. È una definizione corretta, ma racconta solo parzialmente l’esperienza di chi ne soffre.

Non tutte le persone con claustrofobia, infatti, temono le stesse situazioni. Per qualcuno il problema è l’ascensore, per altri l’aereo, una galleria, la metropolitana affollata, una stanza senza finestre, un parcheggio sotterraneo oppure una risonanza magnetica. In alcuni casi è sufficiente sapere che una porta verrà chiusa per avvertire un aumento immediato dell’ansia.

Il denominatore comune non è quindi necessariamente la dimensione dello spazio. Ciò che può diventare intollerabile è soprattutto la percezione di non poter interrompere immediatamente ciò che si sta vivendo.

Non poter uscire quando si vuole, non poter aprire una porta o semplicemente non poter pensare “se sto male, me ne vado” può trasformare uno spazio altrimenti neutro in un luogo vissuto come minaccioso.

I sintomi della claustrofobia

Quando la paura si attiva, il corpo può reagire in maniera molto intensa. Possono comparire tachicardia, respiro corto, oppressione al petto, sudorazione, tremori, nausea, vertigini, vampate di calore oppure una forte sensazione di soffocamento.

A questi sintomi si accompagna spesso un bisogno urgente di uscire dalla situazione. In alcuni casi l’attivazione può diventare così intensa da assumere le caratteristiche di un attacco di panico.

Questo passaggio è particolarmente importante perché, dopo aver vissuto un’esperienza di questo tipo, la persona può iniziare a non temere più soltanto il luogo. Può iniziare a temere ciò che potrebbe provare dentro quel luogo.

L’ascensore, quindi, non fa più paura soltanto perché potrebbe bloccarsi. Fa paura perché al suo interno potrebbe tornare quella sensazione di mancanza d’aria, di vertigine, di perdita di controllo che si è già sperimentata in passato.

“E se mi mancasse l’aria?”

La respirazione assume spesso un ruolo centrale nell’esperienza claustrofobica. Entrando in un ambiente chiuso, la persona può iniziare quasi automaticamente a controllare il proprio respiro e a chiedersi se stia respirando normalmente, se ci sia abbastanza aria o perché il petto sembri improvvisamente più stretto.

Più l’attenzione si concentra sulla respirazione, più diventa facile percepire ogni minima variazione corporea. Una sensazione che normalmente passerebbe inosservata può allora essere interpretata come l’inizio di qualcosa di pericoloso.

A quel punto avviene un cambiamento molto interessante: la persona non è più semplicemente dentro un ascensore, una stanza o un aereo. È soprattutto dentro il proprio corpo, intenta a controllare continuamente se qualcosa stia per accadere.

La paura di non poter più decidere

Dietro la claustrofobia troviamo spesso anche un’altra esperienza molto forte: la difficoltà di trovarsi in una situazione dalla quale non è possibile sottrarsi immediatamente.

Pensiamo, per esempio, a una risonanza magnetica. Per alcune persone il problema non riguarda soltanto lo spazio ristretto, ma la consapevolezza che per un certo periodo sarà necessario rimanere immobili al suo interno. Lo stesso può accadere durante un volo: una volta che l’aereo è decollato, non possiamo semplicemente decidere di scendere se l’ansia aumenta.

Anche una galleria può diventare difficile da attraversare proprio perché, una volta entrati, bisogna proseguire fino all’uscita.

In tutte queste situazioni viene meno qualcosa che normalmente diamo per scontato: la possibilità di decidere in qualsiasi momento di interrompere l’esperienza.

È questa perdita percepita di libertà, più ancora dello spazio fisico in sé, a poter diventare profondamente angosciante.

Quando iniziamo a organizzare la vita intorno alla paura

All’inizio la claustrofobia può sembrare una difficoltà relativamente semplice da gestire. Se l’ascensore crea ansia, per esempio, si possono prendere le scale. Il problema è che, progressivamente, gli evitamenti possono iniziare ad aumentare e a occupare uno spazio sempre maggiore nella quotidianità.

Prima di andare in un posto nuovo si controlla se sia possibile raggiungerlo senza utilizzare un ascensore. Si preferisce il treno all’aereo, si evitano i parcheggi sotterranei, si cerca sempre un posto vicino all’uscita oppure si rinuncia a un esame medico perché è prevista una risonanza magnetica.

Alcune persone arrivano persino a cercare preventivamente fotografie degli ambienti per capire quanto siano grandi, se ci siano finestre o quanto facilmente sia possibile uscire.

A questo punto la paura non riguarda più soltanto ciò che accade quando ci si trova nello spazio chiuso. Comincia a organizzare le decisioni molto prima di entrarvi.

L’evitamento funziona, ed è proprio questo il problema

Se ho paura dell’ascensore e decido di prendere le scale, l’ansia diminuisce immediatamente. Provo sollievo e posso pensare: “Per fortuna non sono entrato”.

Proprio questo sollievo rende l’evitamento così potente. Nel breve periodo funziona realmente e permette alla persona di sentirsi nuovamente al sicuro.

Nel tempo, però, può contribuire a mantenere la paura, perché ogni volta che evitiamo non abbiamo la possibilità di fare esperienza del fatto che quella situazione avrebbe potuto essere attraversata. Progressivamente, quindi, il senso di sicurezza rischia di dipendere sempre di più dalla possibilità di evitare ciò che spaventa.

Ed è così che uno spazio inizialmente molto specifico può cominciare a restringere, lentamente, anche altri aspetti della vita.

Una lettura fenomenologica della claustrofobia

Dal punto di vista fenomenologico, la claustrofobia è particolarmente interessante perché modifica il modo in cui una persona vive e percepisce lo spazio.

Una stanza non è più semplicemente una stanza: diventa uno spazio con una porta, e quella porta deve poter essere aperta.

Un ascensore non è più soltanto un mezzo per raggiungere un piano: diventa un luogo nel quale potremmo essere costretti a rimanere.

L’aereo non è più soltanto il mezzo attraverso cui raggiungere una destinazione: diventa uno spazio dal quale, una volta partiti, non possiamo uscire.

Lo spazio viene quindi vissuto attraverso una domanda implicita: “Se volessi, potrei andarmene?”

Finché la risposta è sì, la persona può sentirsi relativamente tranquilla. Quando la risposta diventa no, l’angoscia può aumentare rapidamente.

In questo senso, il mondo non viene più attraversato spontaneamente, ma viene continuamente valutato sulla base della possibilità di sottrarsi.

Quando non ci fidiamo più del nostro corpo

Dopo aver sperimentato una forte crisi d’ansia in uno spazio chiuso può cambiare anche il rapporto con il proprio corpo. La persona non teme più soltanto che l’ascensore possa bloccarsi, ma comincia a temere sé stessa dentro quell’ascensore.

Può chiedersi: “E se mi venisse di nuovo quella sensazione? E se avessi un attacco di panico? E se questa volta non riuscissi a controllarmi?”

È un passaggio fondamentale, perché la fonte della minaccia si sposta progressivamente dall’esterno all’interno. Non serve più che esista un pericolo concreto: è sufficiente la possibilità che il proprio corpo produca nuovamente quelle sensazioni.

La paura della paura può così diventare più limitante della situazione originaria.

Nel colloquio clinico: non si lavora soltanto sull’ascensore

Nel lavoro con uno psicologo, limitarsi a spiegare alla persona che un ascensore, un aereo o una risonanza magnetica sono sicuri avrebbe poco senso. Nella maggior parte dei casi, infatti, la persona lo sa già.

È necessario piuttosto comprendere che cosa accade nella sua esperienza quando viene meno la possibilità di uscire, quale rapporto abbia costruito con il controllo e cosa significhi per lei sentirsi intrappolata o non potersi fidare completamente delle proprie reazioni corporee.

Nel colloquio clinico si cerca quindi di ricostruire il modo in cui questa esperienza è comparsa e si è progressivamente organizzata nella storia individuale. Il sintomo non viene considerato come qualcosa di separato dalla persona, ma viene inserito nel suo particolare modo di vivere la vulnerabilità, il corpo, il controllo e lo spazio.

Da una prospettiva fenomenologica, comprendere una paura significa anche comprendere come cambia il mondo quando quella paura compare.

L’obiettivo non è non avere mai più paura

Il desiderio iniziale è comprensibilmente quello di eliminare completamente l’ansia. Chi soffre di claustrofobia vorrebbe entrare in un ascensore, salire su un aereo o affrontare una risonanza magnetica con la certezza di non provare nulla.

Ma pretendere di avere questa certezza può trasformarsi, paradossalmente, in un’altra forma di controllo.

Il cambiamento passa anche dalla possibilità di costruire un rapporto diverso con ciò che accade: sentire il cuore accelerare senza interpretarlo immediatamente come un segnale di pericolo, percepire l’ansia senza concludere che sia necessario scappare e riuscire gradualmente a rimanere dentro un’esperienza anche senza avere la garanzia assoluta che sarà confortevole.

Progressivamente lo spazio può così tornare a essere ciò che era. L’ascensore torna a essere un ascensore, la galleria una strada da attraversare e l’aereo un mezzo attraverso cui raggiungere un luogo.

La questione non è quindi diventare persone che non provano più paura, ma poter tornare ad attraversare il mondo senza che sia la paura a decidere continuamente dove possiamo andare.

La claustrofobia non è semplicemente la paura degli spazi chiusi. È un’esperienza complessa nella quale si intrecciano il rapporto con il corpo, il bisogno di controllo, la vulnerabilità e la sensazione di non poter interrompere ciò che sta accadendo.

Per questo dire a qualcuno “non succede niente” raramente è sufficiente. Il problema, infatti, non è soltanto convincersi razionalmente che non esista un pericolo, ma riuscire nuovamente a fidarsi della propria capacità di attraversare quell’esperienza.

Come psicologa, incontro persone che vivono claustrofobia, ansia, attacchi di panico e paure che progressivamente iniziano a limitare la quotidianità. Nel colloquio clinico è possibile comprendere come quella paura si sia costruita all’interno della propria esperienza e lavorare affinché non sia più lei a stabilire quali spazi sia possibile o impossibile abitare.

FAQ – Claustrofobia e colloquio clinico

La claustrofobia può comparire anche se prima prendevo tranquillamente ascensori o aerei?

Sì. Una persona può aver frequentato determinati luoghi per anni senza alcuna difficoltà e, dopo un episodio di forte ansia o in un particolare momento della propria vita, iniziare a viverli in modo completamente diverso. Nel colloquio clinico è importante comprendere non soltanto ciò che fa paura oggi, ma anche quando questa trasformazione è avvenuta e quale significato abbia assunto nella storia personale.

Se riesco comunque a entrare in ascensore significa che non è claustrofobia?

Non necessariamente. Alcune persone non evitano completamente la situazione, ma la affrontano sperimentando una forte ansia e controllando continuamente il proprio corpo, la porta, il tempo necessario per arrivare o la possibilità di uscire. Il disagio, quindi, non può essere valutato soltanto sulla base di ciò che una persona riesce o non riesce a fare.

Nel colloquio clinico sarò costretto ad affrontare immediatamente gli spazi che mi fanno paura?

Il lavoro viene costruito a partire dalla persona e dalla sua specifica esperienza. È importante comprendere il funzionamento della paura, gli evitamenti che si sono sviluppati e il significato che determinate situazioni hanno progressivamente assunto. Non si tratta di mettere qualcuno alla prova o di dimostrare semplicemente che “può farcela”.

Claustrofobia e attacchi di panico sono la stessa cosa?

No, anche se possono intrecciarsi profondamente. Una persona può iniziare a temere uno spazio chiuso proprio perché ha paura di avere al suo interno un attacco di panico e di non poter uscire. Per questo, nel colloquio clinico, diventa importante comprendere non soltanto dove compare la paura, ma soprattutto che cosa la persona teme possa accadere in quel momento.

Quando può essere utile rivolgersi a uno psicologo a Verona e provincia?

Può essere utile chiedere un colloquio quando la paura porta a evitare determinate situazioni, quando si iniziano a organizzare gli spostamenti in funzione dell’ansia oppure quando ascensori, aerei, gallerie, risonanze magnetiche o altri ambienti chiusi vengono vissuti con un disagio significativo. Non è necessario aspettare che la claustrofobia abbia già ristretto in maniera importante la propria quotidianità per iniziare a comprenderla.

Avanti
Avanti

Agorafobia: quando non è il luogo a fare paura, ma ciò che potrebbe accadere