Agorafobia: quando non è il luogo a fare paura, ma ciò che potrebbe accadere

Molte persone pensano che l'agorafobia sia la paura degli spazi aperti. In realtà, ciò che spaventa non è il luogo in sé, ma la sensazione di poter perdere il controllo senza avere una via d'uscita.

 

"Non ho paura del supermercato. Ho paura di sentirmi male nel supermercato."

È probabilmente la frase che descrive meglio l'agorafobia.

Chi non la vive fatica a comprenderla. Perché vede una persona che evita il centro commerciale, il treno, l'autostrada, una fila alla cassa, un concerto.

E pensa: "Ha paura di quel posto."

In realtà, quel luogo è soltanto lo scenario.

La vera paura riguarda quello che potrebbe accadere mentre ci si trova lì.

"E se mi sentissi male?"

"E se mi mancasse l'aria?"

"E se avessi un attacco di panico?"

"E se non riuscissi a uscire?"

"E se nessuno potesse aiutarmi?"

L'agorafobia non nasce dal luogo. Nasce dal rapporto che quella persona ha con la possibilità di trovarsi improvvisamente senza una via di fuga.

 

Quando il mondo comincia lentamente a restringersi

L'agorafobia raramente compare da un giorno all'altro. Spesso tutto inizia con un episodio: un attacco di panico, un forte malessere, una sensazione di perdita di controllo.

Dopo quell'esperienza qualcosa cambia.

La persona torna nello stesso luogo ma non lo vive più nello stesso modo: inizia ad osservarsi, controlla il respiro, ascolta il battito del cuore, valuta continuamente quanto sia distante l'uscita. Dove potrebbe sedersi, come potrebbe andarsene.

Da quel momento il luogo perde la sua funzione originaria.

Non è più un supermercato, non è più una metropolitana ma diventa il posto in cui potrebbe succedere di nuovo.

 

L'evitamento sembra una soluzione

All'inizio evitare funziona.

Se non entro nel supermercato, non provo ansia. Se non prendo l'autostrada, non rischio di stare male. Se non parto, non avrò un attacco di panico.

L'ansia diminuisce per qualche ora, per qualche giorno.

Poi, lentamente, aumenta. Perché ogni evitamento conferma alla mente che quel luogo era davvero pericoloso. E così gli spazi iniziano a restringersi.

Prima il centro commerciale. Poi il treno. Poi il ristorante. Poi il cinema. Poi anche uscire di casa.

Non è il mondo a diventare più pericoloso. È la libertà della persona che diventa sempre più piccola.

 

"Esco solo se c'è qualcuno con me."

Molte persone iniziano a sentirsi tranquille solo in presenza di qualcuno: il partner, un genitore, un amico.

Quella persona diventa una sorta di garanzia. Non perché possa evitare l'ansia ma perché rappresenta una possibilità di salvezza se qualcosa dovesse andare storto.

Anche questo, però, può trasformarsi in un circolo vizioso.

La sicurezza viene cercata sempre fuori da sé e diventa sempre più difficile fidarsi delle proprie risorse.

 

Non è solo paura. È un cambiamento nel modo di abitare il mondo.

Dal punto di vista fenomenologico, l'agorafobia non riguarda soltanto l'ansia ma riguarda il modo in cui la persona vive lo spazio.

Prima alcuni luoghi erano semplicemente luoghi, ora vengono continuamente valutati.

Quanto è distante l'uscita?

Quanta gente c'è?

Se mi sentissi male, riuscirei a uscire?

C'è un bagno?

C'è qualcuno che potrebbe aiutarmi?

Lo spazio perde spontaneità, diventa qualcosa da misurare da controllare, da prevedere.

La persona non sta più vivendo il luogo, sta vivendo la possibilità del pericolo.

 

Quando la vita si organizza intorno all'ansia

Molte persone raccontano che, a un certo punto, tutta la loro giornata ruota intorno alla paura.

Prima ancora di uscire di casa iniziano a pianificare.

Quale strada è meglio fare?

Ci saranno code?

Posso parcheggiare vicino?

E se mi sentissi male?

L'ansia non occupa solo il momento in cui compare. Occupa anche tutto ciò che viene prima e questo rende la vita estremamente faticosa.

 

Il colloquio clinico: ritrovare fiducia nella propria esperienza

Nel lavoro con uno psicologo, l'obiettivo non è semplicemente convincere la persona che quei luoghi non sono pericolosi. Lo sa già.

La parte più difficile non è comprendere razionalmente che il supermercato è sicuro. È tornare a fidarsi della propria esperienza.

Nel colloquio clinico si esplora il significato che quella paura ha assunto nella storia della persona.

Si comprende come il bisogno di controllo si sia costruito nel tempo. Si lavora sul rapporto con l'incertezza, con il corpo, con la vulnerabilità.

Perché il cambiamento non avviene quando sparisce la paura. Avviene quando la persona torna a sentirsi libera di abitare il mondo senza doverlo controllare continuamente.

 

L'agorafobia non è una questione di coraggio

Molte persone si sentono deboli.

Pensano:

"Una volta facevo tutto."

"Non mi riconosco più."

"Perché gli altri ci riescono e io no?"

L'agorafobia non dice nulla sul coraggio di una persona. Racconta piuttosto quanto, in questo momento della sua vita, il mondo sia diventato un luogo percepito come poco abitabile.

Ed è proprio da questa esperienza che il lavoro clinico può ripartire.

Non per costringere la persona a uscire ma per aiutarla, gradualmente, a ritrovare uno spazio in cui sentirsi nuovamente libera.

 

 

L'agorafobia non è la paura degli spazi aperti è la paura di non potersi affidare a sé stessi nel momento in cui qualcosa potrebbe accadere.

Quando questa esperienza viene compresa nel suo significato, la domanda non diventa più:

"Come faccio a non avere paura?"

Ma:

"Come posso tornare ad abitare il mondo con fiducia?"

Come psicologa, incontro frequentemente persone che vivono agorafobia, ansia e attacchi di panico. Attraverso il colloquio clinico è possibile comprendere il significato di questa esperienza e costruire un rapporto diverso con il proprio corpo, con lo spazio e con la possibilità di muoversi nuovamente con maggiore libertà.

 

FAQ – Agorafobia e colloquio clinico

Come faccio a capire se si tratta di agorafobia?

Se inizi a evitare luoghi o situazioni perché temi di stare male, avere un attacco di panico o non riuscire ad allontanarti facilmente, potrebbe essere utile approfondire questo vissuto in un colloquio clinico.

Perché la mia paura continua ad aumentare anche se evito i luoghi che mi fanno stare male?

L'evitamento riduce l'ansia nel breve periodo, ma nel tempo rafforza la convinzione che quei luoghi siano realmente pericolosi, restringendo sempre di più gli spazi di libertà.

Nel colloquio clinico si lavora solo sull'ansia?

No. Si esplora anche il modo in cui la persona vive il corpo, lo spazio, il controllo e il senso di sicurezza, cercando di comprendere il significato dell'esperienza.

È normale riuscire a uscire solo se sono accompagnato?

Sì. Molte persone con agorafobia si sentono più sicure in presenza di qualcuno di fiducia. Comprendere questa dinamica è una parte importante del lavoro clinico.

Quando è utile rivolgersi a uno psicologo a Verona e provincia?

Quando la paura limita gli spostamenti, porta a evitare situazioni quotidiane o riduce progressivamente la libertà di vivere la propria vita come si desidera.

 

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